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‘Il ponte della Ghisolfa’, di Giovanni Testori

imagesContinuiamo gli incontri Un libro, un mese con la lettura di un libro di Giovanni Testori: Il ponte della Ghisolfa. Pubblicata per la prima volta nel 1958, questa raccolta di racconti apre il ciclo de I segreti di Milano,  cui si aggiungeranno negli anni successivi un secondo volume di storie brevi, La Gilda del Mac Mahon del 1959, due commedi e infine il romanzo Il Fabbricone (1961). Pagina dopo pagina, le vicende raccontate da Testori ci portano nel mondo popolare della periferia milanese dei primissimi anni Sessanta, abitato da operai, popolane, prostitute, raccontandoci storie di immigrazione e boom economico, amori e passioni, alte aspirazioni e cocenti disillusioni.

Il nostro incontro comincia parlando un po’ sull’autore. Giovanni Testori nasce a Milano nel 1923. Di famiglia profondamente cattolica, ebbe col cattolicesimo un rapporto che lui stesso definì «ancestrale» e che caratterizzò la sua opera letteraria. Frequentò il liceo S. Carlo e si laureò nel 1947 all’Università Cattolica di Milano in Lettere e Filosofia, con una tesi sul surrealismo che gli fu restituita perché (evidentemente) «deviante» rispetto al clima culturale del tempo. La trasgressione, la polemica, se non la ribellione, sono comunque una costante del suo carattere e del suo modo di essere intellettuale, sino alla fine della sua vita. Tanto da fargli dire in una delle sue ultime interviste al S. Raffaele di Milano che in fin dei conti preferiva quasi l’era fascista alla democrazia, perché in quel tempo almeno il nemico da combattere aveva una sua «torva e volgare evidenza«, mentre la democrazia aveva una «torva e volgare compiacenza«.

Giovanni Testori.
Giovanni Testori.                   Foto: milanomenteocale.it

Questo parlare fuor dai denti  gli procurò certo parecchi nemici e, in se stesso, quel sentimento di ambivalenza verso la religione e la società, verso la sua stessa Milano, quel suo modo sofferto di vivere la cultura cristiana, che è forse la caratteristica più emblematica della sua scrittura tanto che possiamo considerarlo, dal punto di vista della sua «cattolicità«, lo scrittore più complesso del secondo ‘900.

 

Testori fu soprattutto un critico d’arte e fra i letterati, a parte Vittorini, Bassani, Arbasino e pochi altri, non ebbe molte relazioni. Le sue posizioni «pubbliche» comunque, investono non solo gli aspetti letterari, ma gli aspetti sociali, la vita sociale e politica italiana. La sua produzione evidenzia una grande versatilità nei diversi generi letterari, dal romanzo Il ponte della Ghisolfa, di cui abbiamo parlato alla Dante Zaragoza,  al ciclo di romanzi I segreti di Milano (ispirato ai cicli ottocenteschi francesi), dalle raccolte di poesie (L’amore e Per sempre) ai drammi teatrali che comprendono, ad esempio, rivisitazioni di Shakespeare (Ambleto, Macbetto) e la trilogia che consacra la conversione cattolica di Testori: Conversazione con la morte (scritta nel 1978 in seguito alla morte della madre), Interrogatorio a Maria (1979) e Factum est (1981).

Giovanni Testori  conobbe la notorietà grazie ad un testo teatrale, “L’Arialda” particolarmente spinto per i tempi (la fine degli anni ’50). Era la dimostrazione, quel testo,  del successo della morbosità sessuale in un ambiente dove da sempre era proibito parlare di certe cose. Il successo di Testori sarà lo stesso di Pasolini,  non tanto per il contenuto delle loro opere, quanto per il coraggio e la disinvoltura con cui essi trattavano temi mai trattati esplicitamente.

Pier Paolo Pasolini. Foto: www.tracce.it
Pier Paolo Pasolini.      Foto: www.tracce.it

Il caso di Testori è intellettualmente più complesso di quello di Pasolini. Il milanese, Testori appunto, veniva da una famiglia fortemente cattolica e lui stesso era cattolico convinto, quindi visse la propria omosessualità in modo drammatico. La reiterazione della diversità (allora fortemente combattuta) fu dovuta ad un desiderio di affermazione personale, un porsi all’attenzione altrui con le carte in regola di essere umano. Quello tra Giovanni Testori e Pier Paolo Pasolini è un rapporto, per così dire, a distanza ma che svela molte affinità e parallelismi. Uno a Milano, l’altro a Roma, affrontarono percorsi culturali e personali ricchi di analogie. Pur senza ostentazione pubblica, la stima reciproca tra i due è negli anni evidente. Si pensi alla scesa in campo di Pasolini in difesa di Testori durante lo scandalo dell’Arialda (1960) o all’articolo steso per mano dello scrittore lombardo in occasione della tragica morte di Pier Paolo Pasolini.

Nella sua opera, “In exitu”,  la degradazione dell’uomo raggiunge il culmine fra l’indifferenza generale. Testori con questo testo raggiunge il suo scopo: essere un autore maledetto perché se ne parli molto e a lungo. Si parli molto e a lungo di lui, delle sue ossessioni emarginate La sgradevolezza del testo è palese, inquieta più che far riflettere. E questo non pone certo a suo favore. Giovanni Testori morì il 13.03.1993, proprio un giorno come il giorno del nostro incontro Un libro, un mese, ma 22 anni fa.

Il ponte della Ghisolfa, a Milano. Foto: vecchiamilano.wordpress.com
Il ponte della Ghisolfa, a Milano. Foto: vecchiamilano.wordpress.com

 

Il ponte della Ghisolfa è una raccolta di venti racconti pubblicata da Testori nel 1958. Quest’opera fa parte di un disegno più ampio. Como sostiene Giovanni Raboni, in un suo testo dove commenta le opere di Testori, siamo dinanzi ad una sorta di ‘commedia umana’ dal titolo I segreti di Milano, «dove tutto – nomi e situazioni, personaggi e ambienti – si tiene, si intreccia e si conferma». Il primo racconto, Il dio di Roserio – racconto lungo uscito a Torino nel 1954 – rappresenta l’anello iniziale.

Si tratta, secondo i nostri alunni, di un romanzo psicologico, il cui unico protagonista è il Pessina un corridore semiprofessionista che, sudando nelle corse di provincia, trova un compenso psicologico alle frustrazioni economiche e sentimentali che deve subire nel suo povero ambiente nativo.

Il protagonista pedala e intanto pensa, per così dire, a voce alta in una sorta di monologo interiore. Testori dimostra qui la sua capacità di accelerare e rallentare il ritmo a seconda delle esigenze della pedalata e della strada. Il lettore è chiamato ad assumere il punto di vista del ciclista reclinato, deformato dalla velocità, con le torri che si schiacciano nell’acqua e bruciano nella visione rapidissima.

Questo racconto rappresenta, l’anello iniziale dell’intero romanzo dove è rappresentato «il mondo della periferia milanese, popolato, come dice Giovanni Raboni, di poveri diavoli che tirano la carretta in fabbrica o a bottega ma anche di sfaccendati pronti a tutto, di prostitute e ragazzi di vita, di ladri e macrò con licenza di ricattare se non proprio di uccidere, di aspiranti campioni sportivi e di torbidi nouvi ricchi»,

I personaggi del Ponte della Ghisolfa sono tutti giovani, operai, baristi, che, nella periferia di una Milano neocapitalistica, lottano per sopravvivere, vivono nella periferia dai grandi casoni grigi (Roserio, la Ghisolfa, Porta Ticinese), si incontrano nei bar, frequentano le palestre coltivando la speranza di diventare campioni del ciclismo o della boxe, passano le domeniche nei «cine» o nelle sale da ballo, si innamorano, ecc.

Nel secondo racconto, intitolato Sotto la pergola, l’autore mette in scena una compagnia di giovani amici alcuni dei quali compaiono poi anche nei racconti successivi. L’amarezza, la quasi impossibilità di trovare una via d’uscita, si esprime con grande forza, con rabbia direi, quasi come un poema, nelle parole del protagonista di questo racconto, il Ciulanda.

Oltre al Ballabio, tra i personaggi giovani sicuramente più interessanti di Il ponte della Ghisolfa vi sono i due protagonisti maschili de Il Ras (parte prima) e de Il Ras (parte seconda), Cornelio Binda, vale a dire, e Duilio Morini, il ‘Ras‘, appunto, «non solo dei ring, ma anche dei dancing e delle sale da ballo». Cornelio Binda , giovane povero ma prestante e appassionato di boxe, si iscrive alla ‘Box e Atletica Aurora‘, dove conosce il potente Duilio Morini, campione rionale dei leggeri e finanziatore dell’ «Aurora». Ben presto fra i due nasce un forte legame di amicizia, tanto che Cornelio diventa il «beniamino del Ras», ed il Ras il suo protettore, il suo idolo, colui al quale Cornelio si attacca «in una maniera oltre il normale» (la tematica dell’omosessualità – qui soltanto accennata – è fortemente presente nell’opera di Testori); ma proprio un incontro di boxe, nel quale il Ras pretende inutilmente che Cornelio lo lasci vincere, segna la fine della loro amicizia, l’abbandono da parte del Morini della gloria e dei ring e la sua feroce vendetta, consistente nella seduzione e nel disonore di Angelica, la sorella di Cornelio.

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‘Rocco e i suoi fratelli’, di Visconti. Foto: http://www.controappuntoblog.org/

Prendiamo qui il Testori pittore dunque, a partire dal ciclo dedicato ai pugilatori, tele piuttosto grandi, raffiguranti boxeur a riposo, in posizione di guardia, intenti a combattere o sconfitti, che colpiscono per la pastosità materica delle pennellate. In un certo modo questi quadri riportano alla memoria Duilio Morini, detto il Ras, e Cornelio Binda, suo giovane pupillo, personaggi de Il ponte della Ghisolfa, a cui Luchino Visconti s’ispirò per girare Rocco e i suoi fratelli.

Testori prende quell’immagine e ne fa un’opera d’arte: ci mette tutta l’amarezza, ma anche la dignità della sconfitta, la tragicità e la grandezza della fine di un sogno. Quella che vediamo è la disfatta di un eroe abbattuto dopo una dura lotta, non una resa. È curioso che fu proprio Luchino Visconti ad acquistare questa tela, esposta a Torino nel 1971.  L’artista milanese diede il suo contributo anche al cinema, facendo da guida esperta a Visconti nelle palestre della sua città, a caccia dei ring giusti per Rocco e Simone Parondi.

Per la scena dello scontro tra i due fratelli e della violenza compiuta sulla ragazza, inoltre, Visconti si è ispirato ad un’altra serie di racconti del Ponte della Ghisolfa. Lo stupro di Gina, da parte dell’ex fidanzato Attilio Rivolta è uno dei momenti più alti del romanzo, che si limita, però, a marcare il binario tragico su cui si è incamminata la vicenda. I rapporti tra Attilio e Dario (innamorati della stessa donna), intrisi di odio e di affetto, e quelli tra loro e Gina, vittima della propria bellezza, ripetono il triangolo, ma questa volta rovesciato, che già s’era incontrato tra Wanda e Wally, innamorate dello stesso uomo, il Brianza.

Testori dà voce all’umanità delle periferie milanesi, ai suoi abitanti, ai loro amori, alla loro violenza e tenerezza. Nascono così i personaggi che intrecciano le proprie esistenze nei racconti . Sono eroi loro malgrado, che lottano per una vita meno dura, spesso senza farsi scrupoli, quasi sempre senza riuscirci. Storie vere o verosimili, apprese sul campo, girando tra la gente, peregrinando tra le palestre milanesi, assistendo agli incontri, in prima fila, o comunque abbastanza vicino da tornare a casa con la camicia macchiata di sangue. Un Testori borghese, figlio di un piccolo industriale  è fatalmente attratto dalla vitalità e violenza popolare, nonché, naturalmente, trascinato dalla fascinazione erotica provata per questi giovani nel pieno della loro potenza fisica.

Marga Valiente

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