Roma celebra per la prima volta l’attrice Audrey Herpburn con una mostra-omaggio a sostegno dell’UNICEF. L’esposizione, che sarà aperta al pubblico nel museo dell’Ara Pacis di Roma fino al 4 dicembre, presenta scatti inediti, video e oggetti personali dell’attrice.
La mostra, ospitata dal Museo dell’Ara Pacis, racconta attraverso immagini, video e oggetti personali le tre vite vissute a Roma dall’attrice: diva del cinema, mamma e ambasciatrice. Infatti, in 25 anni, Audrey ha condiviso con Roma momenti cruciali della sua carriera artistica, da Vacanze romane e Guerra e pace a La storia di una monaca, ma soprattutto nella capitale ha vissuto molti anni di vita familiare, a stretto contatto con la città e con i suoi abitanti.
L’esposizione ci fa vedere il legame particolare fra l’attrice e Roma, con le vicende personali e familiari di Audrey. Didascalie, testi e grafica ripercorreranno il personale ricordo del rapporto tra Audrey e Roma. Pochi sanno che Audrey Hepburn visse più di vent’anni della sua vita a Roma, tra gli anni ’50, ’60 e ’70, quelli del matrimonio con Mel Ferrer, poi con Andrea Dotti, dai quali ebbe rispettivamente due figli, Sean Ferrer e Luca Dotti.
Dedicata agli anni romani, la mostra raccoglie quasi 200 foto: non foto in posa di grandi
fotografi, ma istantanee in parte inedite che la ritraggono nella vita quotidiana, a passeggio per la città, in famiglia, con i figli, in partenza o in arrivo all’aeroporto, assalita dai giornalisti, alle prime dei suoi film.
Un video esclusivo rivela momenti della sua vita privata lontana dalle scene. Considerando il legame tra la vita di Audrey e la storia della moda, le immagini sono accompagnate da alcuni abiti e accessori. Creazioni di Givenchy, Valentino, e tanti altri che rappresentano anche il modo di vestire di quel periodo, con abiti indossati
da Audrey nella vita di tutti i giorni.
Come diceva Audrey Herpburn nel suo ruolo di principessa in Vacanze Romane: ” Ogni città nel suo genere è indimenticabile. Tuttavia, se mi chiedete quale preferisco, direi Roma… il ricordo di questa visita non mi abbandonerà finchè vivrò“.
La mostra è un tributo alla grande star nella sua Roma che servirà a raccogliere fondi per il progetto di lotta alla malnutrizione infantile sostenuto dal Club Amici di Audrey per UNICEF, a cui la stessa Audrey ha dedicato una parte importantissima della sua vita in qualità di Ambasciatrice di buona volontà. L’integrazione nel prezzo del biglietto, infatti, sarà interamente devoluta in beneficenza all’UNICEF.
Il Centro di Studi del Cinema Italiano (CSCI) presenterà il prossimo 30 novembre alla FNAC Triangle di Barcelona la rivista annuale di cinema italiano “Quaderni del CSCI“. Il tema di quest’anno è la riflessione sulle tappe, l’avanzamento e le battute d’arresto del processo unitario. Il quaderno del 2011 –il settimo della collana– spiega come il cinema è stato testimone, rivelatore, elemento di interrogazione sull’identità italiana e sui 150 anni del Bel Paese.
Questa rivista è nata nel 2005 quando il Centro di Studi del Cinema Italiano decide di pubblicare un primo numero come punto di incontro e di dialogo anche per coloro che intendono trasmettere studi e riflessioni, risultati di ricerche e proposte, recensioni e critiche nell’ambito del cinema italiano e della sua storia. “Quaderni del CSCI” è sorretta da un Comitato Scientifico nel quale partecipano studiosi sia italiani che spagnoli, quali professori universitari, cineasti e membri di Istituzioni di settore.
Il direttore ed editore dei “Quaderni del CSCI”, Daniela Aronica, spiega nel primo numero che i “quaderni vogliono essere un luogo di approfondimento e di dibatito sul cinema
italiano, aperto alla collaborazione di studiosi di tutto il mondo”. La rivista si suddivide in due sezioni e varie rubriche. La prima sezione è organizzata intorno a un tema monografico. La seconda sezione ha invece carattere miscellaneo. Federico Fellini, Cesare Zavattini, Giuseppe Tornatore, Pier Paolo Passolini ed altri registi sono stati protagonisti dei quaderni. La rivista si scrive in italiano, spagnolo e catalano.
Nel numero del 2011, dedicato all’unità d’Italia e il cinema, si potrà leggere l’analisi di una costruzione incompiuta, che annovera pagine gloriose e meno gloriose della storia nazionale e la cui eredità pesa ancora sull’Italia contemporanea. Nella presentazione di Barcelona interverranno: Jean A. Gili (docente della Sorbona e direttore del Festival du Cinéma Italien d’Annecy), Gianfranco Pannone (docente Università Rome Tre e regista), José Enrique Monterde (presidente Associació Catalana de Crítics i Escritpors Cinematogràfics)e Daniela Aronica (direttore ed editore «Quaderni del CSCI»). Alcuni di questi quaderni si possono comprare nella web della FNAC.

El cementerio monumental del Verano de Roma esconde grandes sorpresas. Desde las rejas, tiene una apariencia gris y descuidada, pero su interior guarda enormes tesores. No solo es testimonio de tres generaciones de arquitectos e ingenieros, sino que guarda los cuerpos de los romanos desde 1809 y es un perfecto recorrido para conocer un poco mejor la historia del cine italiano y sus gentes.
Situado junto a la basílica de San Lorenzo, el camposanto muestra la huella urbanística de los
arquitectos Giuseppe Valadier, Gaetano Koch, o Marcello Piacentini, entre otros. Es un excelente catálogo de rostros a lo largo de más de dos siglos. Las fotografías de las lápidas son una auténtica delicia para los amantes de la sociología.
Protagonistas de la historia, el arte, la poesía y la cotidianeidad romana están enterrados en el Verano. Las tumbas muestran el desencanto y la ironía romanos, la vocación de la ciudad como capital, la problemática relación entre cultura laica y catolicismo.

Aquí tienen un lugar reservado Giuseppe Garibaldi; la amante de Mussolini, Clara Petacci; el poeta Giuseppe Gioacchino Belli, conocido como Trilussa; y miles de cuerpos anónimos que descansan solas o en familia. Escritores como Gianni Rodari, Natalia Ginzburg, Goffredo Mameli, Grazia Deledda, Giuseppe Ungaretti oAlberto Moravia reposan en el Verano.
Historias de cine
El cementerio monumental sirve también para conocer un poco mejor la historia del cine italiano. Aquí están sepultados directores, guionistas, montadores, actores, dobladores y muchos otros integrantes de la gran pantalla que consiguieron mostrar al resto del mundo grandes obras maestras.
El famoso transformista Leopoldo Fregoli está enterrado en San Lorenzo, al igual que los hermanos futuristas Anton Giulio y Ludovico Bragaglia. El director de cine Alessandro Blasetti, que debutó en la dirección al final del periodo del cine mudo también descansa junto a la Via Tiburtina, al igual que los hermanos Edoardo y Peppino di Filippo, maestros del cine y el teatro.
Los grandes directores del neorrealismo italiano también reposan en el Verano.
Vittorio de Sica y Roberto Rossellini, al igual que líderes de la comedia italiana como Luigi Zampa o del spaghetti-western como Sergio Leone. El director Elio Petri, conocido por su implicación sociopolítica en películas como“Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto”forman parte de la memoria histórica del cementerio. El último de los grandes directores que se ha enterrado aquí ha sido Mario Monicelli. El silencio que rodea las tumbas permite escuchar la voz del doblador Ferruccio Amendola, la voz italiana de actores como De Niro, Pacino o Stallone.
Y los rostros más conocidos de la gran pantalla tienen un trocito de tierra en este camposanto. Los actores Vittorio Gassmann, Alberto Sordi, Nino Manfredi, Nanni Loy, Anna Magnani(enterrada en la capilla de la familia Rossellini), Aldo Fabrizi…
Algunas lápidas como la de Mastroianni permanecen casi olvidadas y cubiertas por la vegetación, pero otras, como la del gran Albertone, cambian cada día. En su panteón, hay bufandas “giallorosse” de la Roma, flores, felicitaciones por su 91 cumpleaños, notas de cariño de una familia de Padua… 
La tumba del cantautor Rino Gaetano, fallecido en accidente de tráfico, está también en el cementerio del barrio de San Lorenzo. Sus restos descansan en la zona de los nichos, junto al pueblo romano, como a él tanto le hubiera gustado.
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“Le quattro volte” es el título de la última película italiana que se ha estrenado en los cines Renoir de Zaragoza. La cinta narra la historia de los últimos días de vida de un pastor enfermo en un pueblo perdido de Calabria. El protagonista cree haber encontrado en el polvo del pavimento de la iglesia el medicamento adecuado para su dolencia. “Le quattro volte” es una visión poética de los ciclos de la vida y de la naturaleza, de las tradiciones olvidadas de un lugar fuera del tiempo. El director, Michelangelo Frammartino, nos transporta a un mundo desconocido y mágico, para descubrir el secreto de cuatro vidas misteriosamente entrelazadas entre sí.
Giuseppe Fuda, Bruno Timpano y Nazareno Timpano son los actores protagonistas de este drama. Se trata de una cinta experimental, un film sin música,
sin diálogos; un film que prescinde de cualquier convención de género, que trabaja sobre un terreno semidocumental pero se permite las libertades de la ficción. La obra pide al espectador un esfuerzo de atención, una participación activa. El título proviene de un concepto atribuido a Pitágoras según el cual hay cuatro vidas en cada ser: mineral, vegetal, animal y humana. Algunos críticos han calificado la película del director milanés como “una fábula hermosa”, otros como “una bella, aunque algo lenta” y otros más como “poesía en imágenes”. Michelangelo Frammartino se acerca a los aspectos aparentemente más escuálidos de la vida diaria de un modo que recuerda tanto a Michelangelo Antonioni como a Jacques Tati.
La Filmoteca de Zaragoza ha programmato un ciclo dedicato al regista italiano Renato Castellani tra il 3o settembre ed il 6 ottobre. “Sotto il sole di Roma“, “Due soldi di speranza“, “Giulietta e Romeo” e “Il brigante” sono i titoli dei quattro film di Castellani che si potranno godere a Saragozza. Dopo la laurea in architettura si avvicina al mondo del cinema in veste di consulente militare per “Il grande appello“ (Mario Camerini, 1936). Scrive critiche cinematografiche e lavora – come sceneggiatore o aiuto regista – con nomi importanti del cinema italiano del tempo, quali Augusto Genina, Mario Soldati, Alessandro Blassetti. Renato Castellani raccontava che “‘diventare regista è stato relativamente facile. Facevo l’aiuto di Blasetti e di Comencini che erano i migliori in Italia. Per di più avevo il vantaggio di essere uno sceneggiatore’. Castellani impiegò solo un pomeriggio per scrivere il soggetto del suo primo film, “Un colpo di pistola” (1941), tratto dall’omonimo racconto di Alexandr Puskin, alla sceneggiatura del quale partecipa anche lo scrittore Alberto Moravia.
Con la trilogia costituita da “Sotto il sole di Roma“, “È primavera“ e “Due soldi di speranza“, tutti girati in esterno e con attori non professionisti o esordienti, dette vita ad un nuovo genere, definito neorealismo rosa, malvisto dalla critica, ma destinato ad un vasto successo di pubblico. Nella sua vita gira sedici film. Con “Due soldi di speranza” vince il Grand-Prix di Cannes nel 1952 e con “Giulietta e Romeo” il Leone d’Oro di Venezia nel 1954. Dopo qualche altro film significativo come “I sogni nel cassetto” e “Il brigante“, Castellani si dedicò soprattutto a biografie televisive a puntate, di largo seguito come “Vita di Leonardo” (1971) o “Verdi” (1982).
“Sotto il sole di Roma” è la storia di un gruppo di ragazzi romani durante la Seconda Guerra Mondiale. Il regista fa appena intravvedere un giovane Alberto Sordi, allora agli inizi della sua carriera. Il film permette di vedere una curiosa immagine del Colosseo e i dintorni di San Giovanni in Laterano negli anni quaranta. Costituisce la prima parte della trilogia della povera gente. I protagonisti sono Ciro, diciasettenne figlio di una guardia notturna e una casalinga, e il Geppa, un povero ragazzo che abita nei sotterranei del Colosseo nella Roma occupata dai tedeschi.
“Due soldi di speranza” è una commedia che racconta la vita di Totò e Carmela, due tipici esempi dei ‘poveri ma buoni’, due amanti tormentati a Napoli. Totò è un giovane appena tornato dal servizio militare che deve fronteggiare l’amara realtà dell’Italia post-bellica imparando l’arte dell’arrangiarsi. Carmela è la bella figlia di uno scorbutico costruttore di fuochi d’artificio. Fra i due c’è sempre stato l’amore, così forte da vincere su tutte le avversità che li costringono l’uno lontano dall’altra.
Per “Giulietta e Romeo” Castellani vorrebbe Elisabeth Taylor e Marlon Brando, ma deve accontentarsi di Lawrence Harvey e Susan Shentall che comunque gli fanno vincere lo stesso il Leone d’Oro di Venezia. In seguito, prendendo in prestito i ricordi autobiografici del fratello medico, scrive la storia di due giovani che si ribellano alle regole della famiglia e della società, senza troppe drammatiche lacerazioni. Il clima, infatti, è d’incanto e loro sembrano destinati a diventare adulti grazie solo all”entusiasmo dell’amore.
“Il brigante” è la storia di Michele, accusato ingiustamente di omicidio che viene incarcerato. Fugge e torna al paese dopo la Liberazione. Qui guida l’occupazione delle terre
da parte dei contadini, ma rispunta la vecchia accusa e deve fuggire di nuovo. Milella, la sua compagna, lo segue e viene uccisa per sbaglio dai carabinieri. Michele, impazzito, compie una strage prima di essere a sua volta ammazzato.
Castellani morì a Roma il 28 dicembre 1985. Era nato a Finale Ligure, provincia di Savona, il 4 settembre 1913 e fino a 12 anni ha vissuto in Argentina dove i genitori erano emigrati. Tornato a Milano, si laurea in architettura nel 1936 ed entra subito nel mondo del cinema. Ha vissuto per molti anni a Tropea.